Teresa Radice e Stefano Turconi sono fumettisti. Teresa e Stefano sono sposati. Lei scrive storie, lui le disegna.

Nuno Pereira de Sousa: Quando avete deciso che vi sarebbe piaciuto lavorare nel fumetto?
Stefano Turconi: Credo già intorno ai 6 anni: appena imparato a leggere mi finirono tra le mani due albi di Asterix (Asterix e il regno degli dei e Asterix e Cleopatra), li divorai e cominciai a copiare I personaggi. Disegnare mi piaceva moltissimo già da prima (ho un paio di disegni fatti a 3 – 4 anni con Topolino, Pippo e altri personaggi Disney, perfettamente riconoscibili) ma in che direzione sarei andato credo furono proprio quei due albi a indicarmelo. Insomma, da che ho memoria ricordo di aver sempre voluto fare questo lavoro.
Teresa Radice: Io ho sempre desiderato raccontare storie. Da piccolissima, quando ancora non scrivevo bene, riempivo quaderni su quaderni di disegni e poi chiedevo ai miei nonni di scrivere nei balloon le cose che dettavo loro. Il mio primo incontro coi fumetti arrivò grazie a un giovane zio appassionato di “Topolino” e “Alan Ford”: ne aveva una cassapanca piena e appena andavo da lui mi tuffavo in mille avventure! La possibilità concreta di raccontare storie a fumetti, però, è arrivata in università, quando ho frequentato un corso di sceneggiatura per fumetti, che poi, selezione dopo selezione, mi ha portato a tentare la strada per entrare in Accademia Disney. E’ andata bene.

NPS: Come si fa ad entrare in Accademia Disney? Quanto tempo avete studiato lì?
ST: Per entrare in Accademia Disney c’era una selezione piuttosto dura (parlo al passato perché purtroppo questa scuola non esiste più…). Su 200 domande circa, nel 1996, i selezionati erano circa una dozzina. 6-7 mesi di lavoro intensivo e poi via, pubblicai la mia prima storia: “Zio Paperone e la febbre da brevetto”, nel novembre del ’97, su Topolino, e da allora non ho più smesso. Anni dopo ho anche insegnato disegno all’Accademia Disney, negli ultimi due corsi che si sono tenuti lì.
TR: Posso dire lo stesso per i corsi di scrittura: una selezione durissima e qualche mese decisamente intenso!

NPS: Stefano, com’è stato essere allievo di Alessandro Barbucci? Se dovessi usare una sola parola per definirlo, quale sceglieresti?
ST: Maestro, con la M maiuscola. Ho imparato il mestiere da lui. Prima dell’Accademia ero stato seguito per un po’ dall’altro mio Maestro: G.B.Carpi, che mi aveva instradato, poi Alessandro ha terminato l’opera. Da lui ho imparato, oltre alle basilari tecniche narrative (di recitazione, disegno ecc.), soprattutto un modo di lavorare, rigoroso e “ricco”: se devi fare una cosa falla bene, il succo era questo. L’importanza della documentazione, la ricchezza dei particolari (la loro qualità, non il loro numero: una tavola “piena” ma di cose inutili è solo un intralcio alla storia), il valore immenso della recitazione, l’assoluto primato della narrazione, cui il disegno deve essere sempre funzionale, sono tutte cose che mi ha passato lui.

NPS: Stefano, negli anni’90 hai disegnato fumetti per Topolino, Giovani Marmotte e Minni. Quali sono le maggiori differenze tra il tuo stile di allora e quello di oggi?
ST: Be’, come ogni disegnatore, quando guardo le cose pubblicate qualche anno indietro mi dico: “Ma davvero disegnavo così!?! Argh!”. Disegnare è prima di tutto una passione, e le passioni si nutrono di curiosità, di studio, di stimoli continui e differenti, quindi è normale che ognuno abbia un’evoluzione, un cambiamento (in meglio, si spera…). Non saprei descrivere com’è cambiato il mio stile: la questione dello “stile”, della “riconoscibilità” ha assillato ogni giovane disegnatore, compreso il sottoscritto, ma dopo un po’ si capisce che non bisogna pensarci, lo stile viene da solo, non è una cosa che si costruisce a tavolino, quindi meglio non pensarci e andare avanti.

NPS: Stefano, sei un appassionato di carnet di viaggio? Come pensi che ciò abbia influenzato il tuo lavoro?
ST: Viaggiare è il modo migliore di spendere i propri soldi! Come Teresa sono curioso, mi incuriosisce il mondo, la storia, le genti, la natura. Il modo migliore per scoprire il mondo è andarci, quando possibile, e il modo migliore di capire le cose è, per me, disegnarle. A volte, quando non si può farlo di persona, si viaggia coi documentari, le fotografie, i libri: coi viaggi degli altri insomma. Ciò ha influenzato enormemente il mio lavoro: in moltissime storie mettiamo i nostri viaggi e anche quando parliamo di posti che non conosciamo personalmente l’approccio è sempre quello del “carnettista”.

NPS: Teresa, che ricordi hai della tua primissima storia Disney, Zio Paperone e l’emù di sangue blu, disegnata da Enrico Faccini?
TR: Si trattava di una storia inizialmente sviluppata in Accademia Disney. La ricordo benissimo, perché all’inizio era la storia di uno GNU, non di un emù! Aveva, ovviamente, un sacco di difetti in partenza, ma io non volevo abbandonarla e continuavo a lavorarci su. Ogni volta che la portavo modificata all’insegnante, Alessandro Sisti, lui me la bocciava… e io il giorno dopo gliela riportavo rivista. E’ andata avanti così per un bel pezzo e alla fine… è stata la mia primissima storia pubblicata! Insomma, un po’ come dire: dai che, se tieni duro, alla fine ce la fai!

NPS: Teresa, come scrivi le tue storie a fumetti? Fai anche il layout, oltre a descrivere scene e dialoghi?
TR: Lavorare con Stefano rende le cose estremamente più dinamiche ed interessanti, perché c’è un continuo scambio di opinioni, un approccio alla storia che, fin dall’inizio, è di coppia. E’ vero che poi sono io a scrivere la storia e lui a disegnarla, ma la voglia di narrare una certa cosa nasce insieme: scegliamo insieme l’epoca storica, il set, i personaggi. Quindi quando lavoro per lui, anche dopo avergli affidato la sceneggiatura, ci confrontiamo di continuo sulle tavole in corso di lavorazione, sulle atmosfere, anche sulle singole vignette! E’ molto bello avere la fortuna di procedere così; credo si senta anche leggendo la storia, se c’è sintonia tra parole e disegni. Per questo quando sceneggio per Stefano gli indico semplicemente il numero di vignetta, poi è lui a scegliere come disporle nella tavola. Capita  che io gli faccia presente se m’immagino una certa disposizione di vignette nella tavola, ma accade di rado. Invece, quando su Topolino lavoravo affidando la sceneggiatura in redazione (e quindi non sapevo chi poi l’avrebbe disegnata), segnalavo l’esatta posizione delle vignette nella griglia. A parte questa differenza, il mio metodo nel lavorare alle storie è lo stesso: numero di vignetta, scene e dialoghi, niente layout (quello, poi, lo il disegnatore).

NPS: Com’è stato lavorare su diverse gabbie, per MM-Mickey Mouse Mistery Magazine, PKNA/PK2, X-Mickey, e W.i.t.c.h.?
ST: Dal punto di vista del disegnatore non cambia poi molto. Alcune riviste, come Topolino, hanno gabbie più rigide, altre più libere. Queste ultime offrono maggiori possibilità narrative (anche se in genere cerco di prendermi abbastanza libertà anche sulle prime); diciamo che si inserisce una marcia diversa e via, si cambia registro a seconda della situazione. Un lavoro un po’ schizofrenico forse, ma, bisogna dirlo, molto stimolante.

NPS: Conoscevate reciprocamente i vostri lavori all’epoca della storia per X-Mickey “Legame invisibile”? Raccontate ai lettori portoghesi perché quella storia è così importante per voi.
TR: All’epoca (2003) Stefano era già in Disney da un po’, mentre io ero “quasi esordiente”, quindi conoscevo il suo lavoro ma dubito che lui sapesse qualcosa di quel poco di mio che era già stato pubblicato. Di solito è raro che sceneggiatori e disegnatori s’incontrino, perché ognuno lavora a casa propria e poi manda il lavoro via posta o via mail. “Legame Invisibile” è una storia nata proprio così, con me che consegno la sceneggiatura in redazione e Stefano che la riceve da disegnare, senza che prima ci fossimo mai visti in faccia. E tuttavia è a tutti gli effetti “la nostra prima storia insieme” e troviamo “profetico” e divertente quel titolo, se si pensa che ci siamo poi incontrati l’anno seguente e che in settembre saranno ben dieci anni che siamo sposati!

NPS: Stefano, la serie delle Storie della Baia è in corso di pubblicazione in Portogallo. Sei d’accordo nell’affermare che questa serie era piuttosto insolita nel panorama di Topolino di allora? C’è qualcosa che ricordi di quella serie  e che vorresti condividere?
ST: Mi divertii molto con quelle storie, l’ambientazione marinaresca in fondo mi è sempre piaciuta (anni dopo è esplosa decisamente, col Porto Proibito!) e i personaggi erano divertenti, Moby Duck soprattutto!

NPS: Stefano, hai anche disegnato alcuni episodi degli Ultra-heroes. Qual è stata l’accoglienza dei lettori italiani verso la saga originale e il seguito?
ST: Io non amo le storie di supereroi (non li leggevo da piccolo e credo di essere l’unico – insieme a Teresa –  a non aver mai visto un film degli Avengers), ma sono strano io, me ne rendo conto. Il pubblico ha amato molto quella serie, non solo in Italia (in Francia mi capita spesso di essere additato come “autore degli Ultra-heroes”). Io mi ci sono divertito: in fondo erano più che altro parodie di supereroi, non ci si prendeva troppo sul serio!

NPS: Com’è stato lavorare alla serie di DoubleDuck?
ST: Un po’ una sfida: una proposta della redazione accettata perché ci piace provare cose nuove… anche se non crediamo di essere al nostro meglio nel raccontare storie di spionaggio.
TR: In effetti, nella storia in questione (“Chi ha incastrato Double Duck?”) avevano molto più peso le emozioni dei personaggi che non l’azione.

NPS: Macchia Nera e la vacanza… a scacchi portò Topolino e Macchia Nera a Londra. Vi è piaciuto fare ricerche per questa storia? Raccontateci!
ST: La storia è nata proprio da un nostro lungo soggiorno a Londra (20 giorni!) nell’estate del 2010 e gli scacchi di Lewis, che ci hanno ispirato, li avevamo visti “dal vivo” al British Museum.
TR: A Richmond ci eravamo persi a fantasticare su quanto potesse essere bello vivere per un po’ di tempo in una house boat: abbiamo “frullato” il tutto, scegliendo Topolino e Minni come attori e mettendo loro Macchia Nera come vicino di barca… e siamo rimasti a vedere cosa ne sarebbe uscito! Quindi, in realtà, in questo caso la vera documentazione è venuta direttamente dalle nostre foto, prima ancora dell’idea della storia!

NPS: Quali sono state le più grosse sfide da affrontare nella storia Topinadh Tandoori e la rosa del Rajastahan?
ST: Come abbiamo detto sopra, ci piace osare cose nuove, cercare di non ripeterci, esplorare mondi inediti. Qui volevamo cimentarci in un “musical… a fumetti”, ispirati dai film di Bollywood.
TR: La cosa, in sé, è una contraddizione in termini, perché al fumetto manca l’audio, così ci siamo serviti della rima, nei balloon in cui il lettore immagina ci sia musica, e del ballo, nelle stesse scene. E’ stato un divertente esperimento e ci è piaciuto molto fare ricerche per trovare i set e l’abbigliamento dei personaggi (in India, però, non siamo ancora stati 😉 ).

NPS: Stefano, dicci qualcosa dell’esperienza dello Studio Settemondi in Francia e delle tue serie Wondercity (4 volumi), Akameshi (2 volumi), Fantaghenna (1 volume).
ST: Una bella esperienza finita male”, credo si possa definire così. Di tutte quelle serie non siamo riusciti a chiuderne neanche una, con grande rammarico mio e di Giovanni Gualdoni, lo sceneggiatore. La cosa curiosa è che ancora oggi, quando sono in Francia per dediche o festival, arrivano ancora, a distanza di 10 anni ormai, diverse persone con quegli albi, cosa che mi fa molto piacere. Un po’ meno quando mi chiedono se uscirà mai un nuovo volume…

NPS: Stefano, ultimamente lavori molto anche per il mercato francese:  Camomille et les chevaux (5 volumi scritti da Lili Mésange, per Hugo & Cie), La Petite Sirène (scritto da Brrémaud & Hélène Benney, per Bamboo) e Léonid (scritto da Brrémaud, per Soleil). Raccontaci qualcosa di ciascun progetto.
ST: Camomille et les Chevaux è una serie ambientata nel mondo dell’equitazione: sono pagine autoconclusive molto divertenti, protagonisti una bambina, il suo cavallo Océan e una buffa serie di altri personaggi, umani ed equini. I cavalli sono una delle cose più difficili da disegnare, ma quando si impara poi danno molte soddisfazioni (e vi dico un segreto: Lili Mésange in realtà è sempre Fred Brrémaud!). Léonid è la nostra ultima creazione, appena uscita in Francia. Un’avventura felina con risvolti noir: la storia di Léonid, gattino coraggioso con un mistero da risolvere, della sua amica Ba’on, di due terribili gatti-killer albini e di altri personaggi, gatti, cani, e un topo allergico al pelo di gatto! il tutto ambientato in un tranquillo quartiere francese ai confini della campagna. La Petite Sirène è invece la versione a fumetti della Sirenetta di Andersen per i più piccoli, infatti la storia è senza balloons, per permetterne la lettura anche a chi non sa ancora leggere. Non so se è prevista un’edizione portoghese di questi libri, ma spero che un giorno possiate leggerli nella vostra lingua!

NPS: Com’è nata la serie di Pippo Reporter? Quali sono state le vostre più grandi gioie e i vostri momenti di maggiore difficoltà durante la lavorazione della serie?
ST: La serie è, in qualche modo, figlia di un’altra serie di qualche anno fa (non Disney): Wondercity. Io ero reduce da quell’esperienza appassionante ma conclusa disastrosamente, e quando Teresa mi chiese: “Che epoca ti piacerebbe disegnare?” io ho guardato la pigna di libri che servivano da documentazione per Wondercity e ho detto: “Gli anni ’30!”. Era un’epoca che mi affascinava e che offriva un sacco di spunti. Poi una sera abbiamo visto “Colazione da Tiffany”, e ci è venuta l’idea di due personaggi, vicini di casa, in un palazzo newyorkese d’inizio ‘900. Così è nato Pippo Reporter. Pippo è il personaggio preferito da entrambi, il protagonista volevamo fosse lui. Una cosa che ci piace molto, quando utilizziamo i personaggi Disney, è “mescolare le carte”, cercare cioè coppie diverse da quelle “canoniche”, quindi abbiamo deliberatamente deciso di non utilizzare Topolino ma di cercare qualcun altro, e ci è venuta in mente Minni, perfetta per il ruolo di Audrey Hepburn: elegante, originale, un po’ svampita. Minni è un personaggio spesso sottovalutato e utilizzato solo come “la fidanzata di Topolino”. Ecco, in questa serie è Topolino a essere “il fidanzato di Minni”. Momenti difficili nella realizzazione della serie non ne ricordo; momenti belli invece molti, uno in particolare: quando un lettore ci raccontò che, prima di aver letto Il pianista suonato, non aveva mai sentito nominare Rachmaninoff (un pianista russo, realmente esistito, che avevamo inserito, sotto forma di papero, in quella storia, chiamandolo Duckmaninoff) e che, incuriosito, era andato a cercarsi le sue sinfonie: “Ma sono bellissime!”. Ecco, in quei momenti pensi che quello che fai ha un senso!

NPS: Quando saranno pubblicati gli episodi 14 e 15 della serie di Pippo Reporter? E’ vostra la decisione di chiudere la serie al quindicesimo episodio?
ST: Il quattordicesimo episodio è stato pubblicato in Italia a metà luglio, l’ultimo arriverà invece a metà ottobre. La decisione di chiudere è stata totalmente nostra: desideravamo dedicarci a qualcosa di diverso, dopo esserci concentrati per cinque anni sulla stessa serie.
TR: E volevamo salutare Pippo Reporter, come si dice, “da vivo”, cioè quando la serie era potenzialmente ancora in grado di dire molte cose; non volevamo che fosse una soluzione estrema dettata dallo “sfinimento”.

NPS: Dato che Disney possiede i diritti di Pippo Reporter, avete preoccupazioni riguardo la possibilità che in futuro altri autori, in Italia o all’estero, possano riprendere la serie?
ST: Guarda, in realtà non ci abbiamo mai pensato. “Pippo Reporter” è un progetto con un’impronta molto “nostra”, così come per esempio “Fantomius” è una creatura di Gervasio, o “Darkenblot” di Casty e Pastrovicchio.
TR: Noi non ci sogneremmo mai di prendere in mano e portare avanti il progetto personale di un altro autore, non ne saremmo nemmeno in grado: ogni autore infila in quello che fa molto di sé e non è così semplice o scontato mettersi nei panni dei colleghi. Tra l’altro, Pippo Reporter è pensato con una chiusura definitiva al quindicesimo episodio, quindi non crediamo che questa cosa possa accadere.

NPS: Teresa, qual è stata la difficoltà maggiore nell’adattare “L’ Isola del Tesoro” come fumetto Disney e come l’hai superata?
TR: Forse il dover adattare in chiave Disney diversi passaggi del libro che avevano a che fare con le efferatezze piratesche. Trovare una soluzione per mantenere la canzone truce di Billy Bones o la sua scomparsa, facendole apparire al tempo stesso Disney (e intendo Disney secondo i parametri del fumetto di oggi: le regole e la sensibilità sono molto cambiati nel giro di pochi decenni) è stato al tempo stesso una sfida e un divertimento. Mi è anche piaciuto molto dare un ruolo inaspettatamente di primo piano a Plotty Bones, riservandogli una certa scena d’effetto che chi avrà la bontà di arrivare in fondo alla storia potrà scoprire.

NPS: Nel 2012 avete vinto il TopoOscar come Miglior Storia ambientata nel mondo dei Paperi con Zio Paperone e l’isola senza prezzo, un premio assegnato dai lettori. Come vi siete sentiti? Qual è la relazione tra gli autori Disney italiani e i loro lettori?
TR: Quel premio ci ha fatto ovviamente molto piacere. Zio Paperone e l’isola senza prezzo è, crediamo, una delle nostre storie meglio riuscite, partita anche quella (piccolo retroscena) da una storia vera: qualche anno fa, durante una vacanza in Grecia, siamo anche noi rimasti bloccati su un’isola, Skyros. Amando il mare ma non la vita di spiaggia volevamo gironzolare per i monti dell’interno ma o erano territori militari o proprietà agricole protette da cani infernali, in più il mare mosso non permetteva la partenza dei traghetti e l’aereo partiva solo un giorno a settimana: insomma, eravamo un po’ prigionieri! Ecco, la storia venne da lì.
ST: In Italia il rapporto tra autori Disney e lettori si sviluppa principalmente alle fiere, Lucca in testa, o sui forum. Secondo noi è molto importante sapere cosa piace al pubblico e cosa no, anche se crediamo che non ci si debba far condizionare troppo: è compito dell’autore guidare il pubblico, proporgli cose nuove, se si fa solo quel che si è SICURI che piacerà si finisce per parlare sempre e solo di calcio o supereroi. A noi piace molto chiacchierare coi lettori, è bello quando ci scrivono tramite il nostro blog (“La Casa senza Nord”: stefanoturconi.blogspot.it) per raccontarci le loro emozioni leggendo le nostre storie, con alcuni siamo anche diventati amici, molti sono cresciuti con noi. Quando un lettore, magari alto 1,80 e con la barba ti dice: “ti leggevo da piccolo” …be’, da un lato ti senti vecchio, ma dall’altro anche molto orgoglioso!

NPS: Quali pensate siano le maggiori differenze tra le storie Disney di oggi italiane e nord-europee?
ST: Non ci pare ci siano grossissime differenze, tanto è vero che ci sono diversi disegnatori italiani – ad esempio il grande Cavazzano- che lavorano direttamente con gli sceneggiatori del nord e la cosa funziona.

NPS: Nonostante di solito si dica che in Italia Topolino è più popolare di Paperino, ci sono molte nuove storie che scommettono su quest’ultimo (DoubleDuck, anche Fantomius) o sul suo ritorno (PK è tornato, Paperinik non se n’è mai andato, le storie della PIA, etc). Pensate che Paperino oggi in Italia sia popolare come Topolino?
TR: A dire il vero, pensiamo che Paperino sia molto più popolare di Topolino, qui da noi!
ST: Quando i sondaggi chiedono ai lettori in quale personaggio si identificano maggiormente, la maggior parte risponde proprio… Paperino!

NPS: Zio Paperone, invece, oggi sembra essere protagonista di poche storie (come Topolino nelle copertine) e pare non sia accolto con l’entusiasmo che avevano I vecchi lettori e critici. Cosa pensate ci sia dietro questo cambiamento?
ST: In realtà Paperone sta conoscendo un suo periodo “d’oro”, grazie alle storie di tanti autori che si stanno dedicando con passione a lui.
TR: Sono piuttosto recenti la lunga serie  Zio Paperone e l’ultima avventura di Francesco Artibani, e diverse storie dei bravi Giorgio Salati e Vito Stabile, che lo vedono protagonista.

NPS: Viola Giramondo è stato pubblicato in Italia e Francia. Com’è nato questo progetto?
ST: Da una precisa richiesta dell’editore Tunué, che desiderava lavorare con noi: aveva appena aperto la collana di graphic novel per bambini e ragazzi “Tipitondi” e pensava potesse essere il posto giusto per una nostra storia extra-Disney.
TR: Volevamo realizzare qualcosa di “colorato”, di positivo, e di multietnico (un tema che ci è molto caro). Così abbiamo pensato al circo: cosa c’è di più internazionale e interraziale? Un “mondo che gira per il mondo”: una grande famiglia composta di artisti di diversi Paesi e culture che si trova, in ogni avventura, ad arricchirsi con la scoperta di un luogo diverso ed esotico. E volevamo parlare di bellezza, in tutte le sue forme: così è nata la storia di Viola, una bambina curiosa con la sua voglia di crescere e di conoscere.

NPS: L’inclusione di personaggi realmente esistiti in Viola Giramondo deve qualcosa all’influenza di Pippo Reporter?
TR: Bravo! E’ proprio così!
ST: L’epoca storica è differente (Viola Giramondo è ambientato a fine Ottocento) e ci ha permesso di avere a che fare con personaggi che ci hanno sempre affascinato molto, quali Toulouse-Lautrec e Dvorak (la sua splendida “Sinfonia Dal Nuovo Mondo” suonata dall’Orchestra Verdi di Milano è stata ascoltata da entrambi i nostri bambini quando erano ancora nella pancia della mamma 🙂 !).

NPS: E’ vero che vostra figlia si chiama Viola? Quanti anni ha? Le piacciono i fumetti?
TR: Sì, è stato il suo nome ad ispirarci il nostro primo graphic novel: l’abbiamo scelto come un augurio (in italiano, “Viola” è un colore, un fiore, uno strumento dell’orchestra, quindi rappresenta tre diversi mondi di bellezza!). La nostra Viola, però, non assomiglia (né fisicamente né caratterialmente) alla Viola del libro.
ST: Ha quasi 7 anni, sta per cominciare la seconda elementare. Ancora non è appassionata di fumetti in particolare, ma adora i libri e le storie… e disegna tantissimo!

NPS: Il Porto Proibito è pensato per un pubblico più maturo. E’ una cosa che avevate in mente fin dall’inizio, quando l’avete pensato?
TR: Sì, Il Porto è nato come una storia “adulta”. Ci sono voluti vent’anni a “partorirlo” e viene primariamente da un forte bisogno mio di dare vita a quei personaggi e raccontare quella precisa storia: una storia che tocca temi adulti, appunto, dunque pensata per un pubblico più maturo rispetto a Viola Giramondo (o, per lo meno, per la parte più matura del pubblico di quel libro). Per noi era un po’ un azzardo, perché siamo considerati autori per l’infanzia e in Italia non è facile scrollarsi di dosso le etichette. Ma il bello è che tanta gente ci sta conoscendo “per caso”, attirata dalla copertina del volume senza sapere nulla degli autori, e poi, se ama quel che legge, spesso va pure a scriverlo sulla sua pagina facebook o su blog o siti che parlano di fumetti e libri. Le recensioni si moltiplicano e finora nessuno si è lamentato ;-).

NPS: Chi ha avuto l’idea di dare al Porto Proibito le sembianze di un libro antico?
ST: Il merito in questo caso va tutto a Michele Foschini di BAO Publishing: quando ci siamo visti dopo avergli inviato il progetto, nel maggio del 2013, lui aveva già in mente quella che poi sarebbe stata l’esatta veste grafica del libro.
TR: Un applauso grande grande va anche allo stampatore AQuattro di Chivasso (Torino), che ha fatto un lavoro egregio, rendendo alla perfezione le matite… tanto che qualcuno ha detto a Stefano di aver timore a girare le pagine, per paura di far “sbavare” la grafite.

NPS: Dopo i vivaci colori di Viola Giramondo, Il Porto Proibito è in bianco e nero. Perché avete scelto questo tipo di approccio?
ST: Il Porto Proibito è stato pensato, fin dall’inizio, perché avesse il gusto di un libro d’epoca: già nel progettino che avevamo inviato all’editore c’era il frontespizio “old style”, con l’incisione del veliero, la data 1811 e il titolo, scritto con i caratteri “rubati” alle riproduzioni dei frontespizi originali delle favole di Perrault, del ‘600. Da qui la scelta di non usare il colore ma di lasciare un B/N che desse l’idea di “romanzo”. L’atmosfera della storia poi, a tratti “gotica”, si prestava perfettamente. La scelta della matita, invece, è stata dettata dalla mia scarsissima abilità con china e pennello (le prime prove, fatte appunto con questi strumenti, non erano un granché…) e dalla necessità di una tecnica abbastanza “veloce” (le tavole erano più di 300 e non volevamo metterci una vita a finirlo). La matite mi sono sempre piaciute, sia grigie sia colorate, il che ha reso la realizzazione di questo libro una vera goduria!

NPS: Stefano, Le storie della Baia, L’ Isola del Tesoro, Il porto proibito… Parlaci della tua passione per le barche, la storia e il modellismo.
ST: A chi non piacciono i velieri? Le grandi avventure per mare, i grandi viaggi di esplorazione (in Portogallo ne sapete qualcosa!) possono affascinare chiunque, anche chi, come me, è nato in mezzo a una pianura, ben lontano dal mare. Se poi, da ragazzino, leggi L’isola del Tesoro e Moby Dick… l’opera è completata. La storia mi ha sempre affascinato: non quella dei tristi libri del liceo, senza neanche un’immagine e con date e date da imparare a memoria, ma quella fatta di luoghi veri, di personaggi, a volte tragici o buffi, delle loro vite, la “Storia fatta di storie”. Mi piace poi la “tridimensionalità” (all’Accademia di Belle Arti ho studiato scultura). Dall’unione tra queste due cose viene la passione per il modellismo: da buon nerd mi piacevano i soldatini (quelli storici, non fantascientifici o fantasy), in piombo, da colorare (sono un obiettore di coscienza che ama le divise militari, un esempio dell’incongruenza umana credo…). Per passare infine ai modellini di navi: ne costruii una a 16 anni e una, quella del Porto Proibito, più grande e decisamente più impegnativa, appena finita e che fa bella mostra sotto una teca anti-polvere e anti-incidenti (con due bimbi in casa non si sa mai…).

NPS: Su quali progetti (Disney e non Disney) state lavorando?
TR: Abbiamo in cantiere diverse cose: una serie di libri illustrati basata su “Viola Giramondo” (al momento in partenza solo all’estero, prima di tutto in Spagna), un nuovo adattamento Disney di un romanzo inglese dell’Ottocento, una miniserie (sempre Disney) in 5 episodi ambientata negli USA negli anni’70, il progetto di una serie di libri illustrati per bambini…
ST: E il prossimo, grosso, graphic novel, sempre per Bao publishing, che stavolta sarà a colori.

NPS: Avete mai visitato il Portogallo (se sì, quali città)? Avete in programma una storia ambientata nel nostro Paese?
ST: Teresa è stata tre giorni a Lisbona quindici anni fa, durante un interrail estivo con un amico, e da allora le è rimasta la voglia di tornare. Ci piacerebbe fare un lungo viaggio on the road con i bambini alla scoperta del Portogallo, prima o poi. Di solito le nostre storie scaturiscono dai viaggi, quindi… poi potrebbe arrivare anche un racconto ambientato lì ;-).
TR: E poi sarebbe davvero bellissimo, in futuro, poter incontrare nelle librerie portoghesi i lettori dei nostri graphic novel… che ancora non hanno trovato un editore nel vostro Paese: suggerimenti? 🙂

NPS: Che speranze avete riguardo il futuro dei fumetti in generale e di quelli Disney in particolare?
TR: Be’, speriamo che si possa andare avanti a raccontare storie a fumetti sempre più interessanti e diversificate e che un sempre maggior numero di lettori s’accorga delle potenzialità di questo mezzo, che non ha nulla da invidiare ai romanzi considerati “vera letteratura”.